Falce Martello Cilindro Mantello

9 Novembre 2009 Nessun commento

  • Falce e martello
  • Cilindro e mantello
  • Forchetta e coltello
  • Tavolozza e pennello
  • Tocca a te o a me?
  • A me, credo.
  • Comincia tu, allora.
  • A guerra finita, sui casolari di campagna le prime a sparire furono le scritte propagandistiche a caratteri cubitali, imposte dal regime. L’aratro traccia il solco, la spada lo difende fu una di quelle cancellate con due o tre mani di calce più in fretta e con la maggiore soddisfazione dai contadini che ne avevano subita l’oltraggiosa presenza sulle loro case, senza averne mai capito il senso: quando mai i solchi, avevano richiesto una difesa armata, una volta tracciati? e con la spada, poi. Qualche bella schioppettata nel sedere, con la doppietta caricata a sale, ai furbacchioni che vendemmiavano di notte nelle vigne altrui, quella sì, era ben spesa.
    Ma poiché il vizio di pitturare i muri con le scritte è duro da perdere, non tardarono ad apparire i "W LA PACE", spesso accompagnati, a rafforzare il messaggio, da "AA LA GUERRA" con incertissime W rovesciate, assenti perfino dagli alfabeti più cirillici del mondo. I raffaelli notturni, che frettolosamente abbellivano i casolari ad altezza d’uomo, non solo non erano dei virtuosi del pennello, ma avevano più dimestichezza con la zappa che con l’ortografia, le GURRA sbavate e con un’orizzontalità incerta erano più la norma che l’eccezione. Fatale il discredito e la derisione che gli strafalcioni procuravano agli autori, seppure anonimi, da parte di lettori di opposte convinzioni politiche.
    Con un colpo di genio, nelle cellule di partito furono approntati degli stampini di cartone o di latta traforata da appoggiare al muro e da riempire con pochi veloci e infallibili colpi di pennello. Il risultato del blitz pittorico parlava un linguaggio inequivoco: quello iconico. Così, rapidamente, i casolari si fregiarono di sempre più numerosi simboli ‘falce e martello’, dal significato inequivocabile agli occhi degli analfabeti e degli stessi professoroni, che non ebbero più materia per il loro dileggio e smisero di ridere nello stesso momento in cui cominciarono a preoccuparsi della loro sorte. Tocca a te, ora.
  • E non era una preoccupazione infondata. Correva voce di depositi di munizioni e di armi bene oliate, distribuite strategicamente sul territorio in grotte e scantinati, ben nascoste, ma pronte a sbocciare come viole di primavera sui cigli dei fossi e ad imbracciarle sarebbero state braccia e spalle temperate da decenni di soprusi e angherie, subite e sopportate in attesa del momento buono, quello del trionfo della giustizia proletaria, la rivoluzione, insomma, come in URS, che in italiano vuol poi dire Russia. Andare in giro in ‘cilindro e mantello’, magari ostentando un elegante bastone di ebano con un pomo d’argento raffigurante una testa di levriere, era passato di moda, meglio lasciarlo nell’atrio a fare compagnia ad ombrelli, bombette e pagliette per tutte le stagioni.. Continua tu.
  • Una tenuta sobria appariva più appropriata e consona ai tempi, anche a chi non portava il cappotto rivoltato e i calzoni rattoppati con pudichi rammendi ‘invisibili’; nelle città le macerie erano alte come colline e le poche case rimaste in piedi erano stipate di sfollati costretti a condividere lo stesso alloggio: spesso una sola camera per famiglia, una cucina in comune e il gabinetto fuori, nel ballatoio o sulle scale. Apparecchiare la tavola tutti i giorni con forchetta e coltello e, in mezzo, un piatto non vuoto non era un’impresa da poco per molte famiglie che cercavano di mascherare una dignitosa povertà, ripetendo puntualmente il rito del pasto, anche se polenta e saracca o brodini di verdura comparivano in tavola troppo spesso e il pollo arrosto con patate al forno e pane bianco era un lusso da concedersi solo alla festa, e non sempre. A te, ora, concludere.

  • Abituate allo spreco, le generazione allevate a merendine e a scartare il prezioso grasso bianco del prosciutto crudo, stentano a credere che al tempo dei loro nonni fosse questa la realtà diffusa in un paese prostrato da guerre e miseria e ingiustizie secolari, quando con quattro spennellate furtive si dipingevano falce e martello sui muri di campagna, sperando in un cambiamento rivoluzionario della vita che portasse in tavola fra forchetta e coltello un piatto fumante di pasta, per tutti e tutti i giorni.
    Per loro, tavolozza e pennello sono gli strumenti di artisti raffinati che esprimono il loro talento su tele pregiate in
    loft luminosi, in attesa di raccogliere il successo nelle gallerie d’arte, fino a raggiungere la consacrazione televisiva, denaro a fiumi e la licenza di pavoneggiarsi in pubblico con cilindro e mantello come dandy d’altri tempi.

  • Bravo! Sei riuscito ad infilare tutte le quattro coppie nel paragrafo conclusivo. D’ora in avanti dobbiamo farlo sempre, secondo te?
  • Io direi che continuassimo a fare come sempre.
  • Come ci pare, vuoi dire?
  • Appunto.

    Se il gioco ti è piaciuto, vedi anche " Cargo cardo sardo tardo"

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    Diversità vantaggiosa

    8 Novembre 2009 Nessun commento

    Leggo sulle BBC News che alcuni orsi neri americani (Ursus americanus) nelle isole al largo di Vancouver hanno assunto una livrea bianca  per cavarsela meglio nella pesca dei  salmoni che sono il loro pasto tradizionale per accumulare grasso in vista del letargo.

    Pare infatti che, così sbiancati, risultino, almeno durante il giorno, meno visibili ai pesci dei loro colleghi tradizionalisti che hanno conservato la loro lucente pelliccia nera. Gli studiosi hanno addirittura quantificato un vantaggio del 30 % dei bianchi sui neri.

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    Homo erectus

    6 Novembre 2009 Nessun commento

    Ancora una volta ci toccherà di retrodatare la presenza della specie umana sulla terra, come ormai sta capitando frequentemente, a memoria mia, e con sempre minor sorpresa. Siamo molto più "vecchi", insomma, di quanto si credesse quando frequentavo il liceo e studiavo per la prima volta questi argomenti. In Kenia, infatti, è stata trovata in questi giorni una chiarissima impronta fossile di Homo erectus databile ad un milione e mezzo di anni fa, ora più ora meno.

    Si tratta ancora una volta di una impronta soltanto, mentre di mani e piedi in ossa&ossa non si trova traccia perché, spiegano i paleontologi, le propagini estreme degli arti umani sono molto gradite ai carnivori che se le sgranocchiano allegramente leccandosi i baffi e, una volta spolpate, non lasciano ai futuri studiosi che un mucchietto di ossicini facilmenti disperdibili o polverizzabili, neppure buoni per una partitina agli astragali.

    Benché io mi sia occupato di tutt’altro in vita mia, mi rallegro sempre di questi eventi ripensando ad un personaggio bolognese conosciuto in gioventù: il vecchio archeologo e paleontologo dilettante Fantini che ripagava con pari, se non maggior disprezzo gli scienziati accademici di allora, sostenendo che erano dei bigotti, miopi, incapaci di riconoscere l’antichità della specie umana per paura di dover scoprire che l’uomo primitivo aveva le scaglie sulla schiena, in barba a divine immagini e somiglianze.
    Parlava un armonioso bolognese cittadino con i tipici tasselli d’italiano, inseriti come ridondanze ornamentali del concetto già espresso icasticamente in dialetto. Ricordo che chiamava lìncei, con l’accento ritratto sull’i, gli accademici del tempo che non riconobbero mai, a suo dire, il merito di sue scoperte archeologiche nelle campagne bolognesi, quando dopo le piogge più dilavanti partiva alla caccia di selci, frecce e fossili di ogni genere.

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    Traffico

    6 Novembre 2009 Nessun commento

    Traffico
     

    Troppe tappole trasportano
    trucidi trogloditi tristi
    in trance
    trascinandoli come tronchi
    di un trasporto fluviale

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    Sfortuna nera

    5 Novembre 2009 Nessun commento

    Barbie, tesoro, ora ti squarto


    "Barbie, tesoro mio, adesso che sono cresciuta ti stacco prima i capelli e poi la testa, ti faccio a pezzi e, alla fine, ti ficco nel microonde" Secondo uno studio condotto dall’Università di Bath, nel Regno Unito, le accertate e diffuse torture e mutilazioni inflitte dalle bambine cresciutelle alle loro Barbie è tutt’altro che allarmante, anzi piuttosto comune e normale. Si tratterebbe di una sorta di rito di passaggio: ad una certa età, la bambolina viene percepita come un oggetto appartenuto all’infanzia che si vuole abbandonare, e, pertanto, la si butta via come gli adulti fanno con le lattine vuote. Diventa un oggetto senza più alcun valore. Che ci sia qualche cosa nell’aspetto della bambolina che suscita tanta violenza al momento del distacco, non viene detto nell’articolo dell’Associated Press . Io, invece, un pensierino del genere lo farei: a me è sempre sembrata odiosetta. Resta il fatto che l’inchiesta non menziona orsacchiotti e cagnolini finiti nel forno, dopo un rituale di squartamento degno un filmaccio horror. Come mai? Diverso è l’atteggiamento dei maschietti nei confronti dei giocattoli equivalenti della loro infanzia: niente odio e violenza, a quanto risulta. Una spiegazione feroce di questo diverso comportamento potrebbe essere questa: il maschio non cresce mai, è un puer aeternus. Nonostante la strage in atto, la portavoce della Mattel, produttrice di Barbie, ha risposto in modo molto sereno all’intervistatore che chiedeva di commentare lo studio della Bath University e non dubito affatto che fosse una tranquillità autentica: ne vendono tre al secondo, in giro per il mondo.
    Riferimenti: Per una documentazione e visione migliore…

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    SCAM: le truffe con email


    “Sono erede di un considerevole patrimonio in Nigeria e ho bisogno dell’aiuto di un gentiluomo, quale Lei è, che mi aiuti a tornarne in legittimo possesso, dietro cospicuo compenso…” Questo, in estrema sintesi, il succo di messaggi circostanziati, ben scritti in lingua inglese e lunghi trenta o quaranta righe che non variavano nella sostanza della richiesta, ma si coloravano di particolari diversi riguardo ai luoghi, alle circostanze, alle persone.

    In quelli che arrivavano nella mia mailbox, una volta la preghiera proveniva dalla vedova di un alto dignitario africano, altre volte da un parente che tutelava un’orfana ricchissima nigeriana sfuggita alle persecuzioni in patria o altro ancora, ma quello che non cambiava mai era la strabiliante entità della somma promessa come compenso.
    Dopo le prime e-mail del 1997 o 98 che lessi ai colleghi di allora per condividere l’ingegnosità e la novità della truffa, me ne sono arrivate tante altre di cui mi basta leggere l’intestazione per decidere di buttarle, insiema con quelle dei veditori di Viagra, di ville in California o di software a prezzi stracciati.
    Proprio per questa natura trasparente di truffa, mi ha sorpreso leggere oggi sulle news di ZDnet britannica
    ( http://news.zdnet.co.uk/internet/security/0,39020375,39255516,00.htm )
    che i figli di un celeberrimo psichiatra americano, ora ottantanovenne, ma tuttora attivo all’Università di California, gli hanno intentato una causa d’interdizione per avere sperperato più di un milione di dollari in questo tipo di truffa postale, chiamata in America email scam.

    Conosco molto bene, ahimè, lo spam: la pubblicità indesiderata via email che affligge tutti noi, ma non conoscevo il neologismo “scam”, assente anche sui dizionari inglesi più aggiornati, così, Google alla mano, ho cercato d’informarmi e ho scoperto che, a dispetto della mia ignoranza, descrive un fenomeno ormai diffuso e documentato che si è diffuso anche in altre forme.

    Esistono gruppi di discussione sullo scam e, con il medesimo scopo di difesa, c’è un intero sito dedicato all’argomento, ben fatto ed aggiornato ( http://www.stop-scammers.com/ ). Inizizialmente, mi ha sorpreso il leggere che la variante di scam più diffusa oggi è opera di giovani donne di bell’aspetto -sempre che la foto che esibiscono sia autentica- che cercano e offrono compagnia via email. Il sito scheda le scammer che vengono scoperte ed elenca gli scenari su cui si muovono con maggiore o minore abilità, finezza e perseveranza.

    Queste truffatrici postali, una volta preso il pesce all’amo, lo allettano e blandiscono con email sempre più frequenti, personali e coinvolgenti con lo scopo finale di farsi mandare del denaro; ottenutolo spariscono nel nulla.

    Stabilita una sufficiente confidenza e intimità, le scammer chiedono il denaro, ad esempio, inventandosi una malattia, personale o di un figlio o di un anziano genitore, che richiede un’operazione chirurgica o costose medicine, introvabili nel loro paese.

    Un’altenativa alla malattia è il viaggio per incontrare il loro caro corrispondente postale, ormai ansioso di conoscere di persona la bella interlocutrice lontana: una bella giovanottina bionda russa o ucraina o, perfino una tipica nigeriana (pelle chiara, capelli lisci, occhi leggermente a mandorla).

    In questo caso, il denaro viene richiesto per i biglietti e le pratiche burocratiche di espatrio, l’ottenimento del visto ecc.

    La terza variante più diffusa è la richiesta di rimborsi per le spese di noleggio del computer in un cyber cafe o simili, per la traduzione delle email dall’inglese al russo e viceversa ecc.

    Anche in questi casi di truffa erotico-sentimentale lo scenario varia, come abbiamo visto, ma c’è una costante: appena ricevuto il denaro, la bella affettuosina svanisce nel nulla.

    A ben vedere, la faccenda non stupisce più di tanto: l’avidità di denaro nel primo caso, il rincoglionimento erotico-sentimentale nel secondo, rappresentano le due debolezze principali, il terreno su cui i truffatori hanno costruito le loro trappole, da che mondo e mondo. Di nuovo, c’è soltanto lo strumento: l’email

    La credulonità truffabile ha un giro d’affari molto maggiore di quanto si possa pensare; secondo stime ritenute attendibili, in Italia verrebbero “devolute volontariamente” alle fattucchiere, maghe, negromanti, chiromanti, suggeritrici di numeri al lotto e simili attorno ai sei miliardi di euro all’anno, circa quanto alla chiesa cattolica con l’otto per mille dell’IRPEF.

    Niente di strano, dunque, che il mercato truffaldino, un tempo florido nello spaccio di reliquie, come ci racconta Boccaccio (chi non ricorda la penna miracolosa dell’agnolo Gabriello), abbia in tempi più recenti affiancato agli amuleti, sempre vivi e intramontabili, fin dai tempi dei più antichi sciamani, la truffa televisiva ed infine, la posta elettronica.

    Sarebbe stato triste vedere l’email disdegnata e discriminata dal popolo degli imbroglioni, da sempre numeroso, intraprendente, ricco d’inventiva e aperto al nuovo che avanza.

    Stupisce di più che si sia fatto spillare un milione di dollari una celebrità “psi”: cioè un signore che dello scucire legalmente soldi a palate dalle tasche di persone disturbate o psicolabili ha fatto un arte che gli ha portato fama e onori, oltreché inevitabile prosperità.

    All’assalto, dunque, scammer del cyberspazio, siete arrivate ultime a contendere l’osso a orde agguerrite che, in cambio di oro, hanno spacciato per secoli sterco di toro, indici destri di santi venerabili mai vissuti, pozioni miracolose dal sapore emetico, sacre statuette piangenti sangue, combinazioni di numeri vincenti ed altro ancora.

    Non temete: d’ingenui da mungere ce n’è abbastanza per tutti a questo mondo e la loro stirpe non si estinguerà mai, fatevi sotto sanza tema veruna e che i lari del WEB vi proteggano.
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    Capolavoro sfegiato con un… chewing gum


    Durante una visita della sua classe al Detroit Institute of Arts, un dodicenne ha appiccicato il suo chewing gum al dipinto The Bay di Helen Frankenthaler, considerato uno dei più preziosi pezzi in esposizione. La gomma è stata subito scoperta e rimossa dal personale del museo e pare non lascierà danni permanenti, solo una macchietta temporanea.
    La cosa interessante è che il ragazzino, opportunamente sgridato, non pare avesse nessuna particolare intenzione di sfregiare un’opera d’arte. Insomma: “Che c’è di male? Aveva già perso il gusto di menta”
    I suoi insegnanti giurano che, prima della visita, avevano dato le loro brave dritte agli scolari sul comportamento da tenere dentro al museo ma, “… ha solo dodici anni” , così hanno detto, per giustificarne la condotta.

    Personalmente, ritengo che masticare un chewing gum visitando un museo sia già di per sé inaccettabile, e meriterebbe uno scappelloto old style, ma io, come tutti i bolognesi non ruminanti, riconosco di avere un nervo scoperto sull’argomento, perché le macchie nere che deturpano i pavimenti dei nostri bei portici, quelle più resistenti e schifose, altro non sono che gomme da masticare bellamente sputate per terra, ndo’ cojo cojo.
    E non si creda che sia un danno economico minore di quello del restauro del dipinto macchiato. Non c’è spazzola meccanica lava-asciuga fornita delle più velenose schiume detergenti, né nostalgica ramazza manuale dalle setole più abrasive che li rimuova; ci vuole una spatola da stucco e molta, molta pazienza per schiodarle dalle marmore superfici a cui hanno aderito.

    Una per una, e sono migliaia.

    Nell’immagine: “The Bay”, 1963
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    Il grande fratellino


    La notizia è rimbalzata dalla Reuter ai periodici informatici, alle pagine in rete della BBC fino ai quotidiani italiani. In poche parole si tratta di questo: per pochi soldi ci si può abbonare ad un servizio che permette, legalmente, di rintracciare in tempo reale la posizione di un telefonino e vederla comadamente sul proprio computer, rappresentata come un puntino luminoso su di una normale mappa stradale.

    Non occorre più ingaggiare segugi vecchio stile, tipo Tom Ponzi o i più poetici “lampionai” della saga degli Smiley’s People di John Le Carré, per sapere in ogni momento dove si trova una persona. Basta che l’ignaro spiato tenga normalmente in tasca o nella borsetta il suo telefonino acceso e che lo spione si abboni al servizio ( ad esempio di http://www.followus.co.uk/ oppure http://www.world-tracker.com/) e vi registri il numero del telefono da spiare.

    Appena attivato il servizio, la compagnia, per tutelare la correttezza della faccenda, manda subito un SMS al telefonino controllato in cui avverte il possessore che il suo apparecchio è “tracciato” da quel momento in poi. In seguito, ripete la procedura di avviso, in modo casuale, 28 volte all’anno, cioè ogni 12 o 15 giorni.
    In pratica, quindi, basta impossessarsi di un telefonino per il tempo necessario per intercettare e cancellare il primo avvertimento per potere iniziare, da subito, un comodo ed economico pedinamento di un dozzina di giorni, mal che vada. Tutti quelli che usano il telefonino solo per telefonare, e sono tanti, ignoreranno sistematicamente gli SMS e non si accorgeranno mai di nulla.

    Le compagnie che offrono il servizio legalmente nel Regno Unito ne sostengono i benefici economici e anche di sicurezza, portando ad esempio i vantaggi che potrebbe trarne una compagnia con personale viaggiante afflitto dagli ingorghi di traffico o genitori apprensivi, preoccupati della sorte dei figli minori in giro per un mondo “brutto e cattivo”. E’ indubbio che queste affermazioni hanno un loro fondamento, tuttavia la facilità con cui si può impiegare questo servizio per fini meno nobili appare preoccupante, né consola molto l’affermazione che ogni tecnologia è neutra, mentre solo l’uso che se ne fa può essere buono o cattivo.

    Quando George Orwell nel 1948 inventò il suo Grande Fratello, pensandolo come un sinistro strumento vessatorio e onnipresente di uno stato poliziesco da incubo, non poteva certo immaginare che potesse cammuffarsi tranquillamente in un simpatico gingillo colorato che tutti noi ci portiamo in tasca gelosamente e guai se si scarica e si spegne un minuto.

    Per ora, non risulta che siano ancora comparse compagnie italiane che offrano un servizio pubblico e a basso costo, analogo a quelle britanniche citate, ma nessuno può pensare che chi dispone da tempo degli strumenti adatti e li usa già per intercettare le telefoninate non stia anche esercitandosi nel banale sport accessorio di tracciare gli spostamenti dei “sorvegliati”, ovviamente a fin di bene e per i più nobili scopi, come abbiamo potuto constatare anche di recente.

    Ma non rattistriamoci, per fortuna ci sono anche le telecamere ad ogni angolo delle nostre città che forniscono la nostra immagine dal vivo, altrimenti rischieremmo di essere noti solo per le nostre conversazioni ed i nostri spostamenti: sarebbe un peccato.

    RIferimenti:

    http://news.zdnet.com/2100-1035_22-6035317.html

    http://news.bbc.co.uk/2/hi/programmes/click_online/4747142.stm

    http://www.repubblica.it/2006/b/sezioni/scienza_e_tecnologia/accepc/accepc/accepc.html

    http://www.followus.co.uk/

    http://www.world-tracker.com/

    Riferimenti: Per una documentazione e visione migliore…

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    Un carnevale da sballo


    Ieri, martedì grasso, alle tre del pomeriggio ho attraversato piazza maggiore, senza nessuna buona intenzione carnevalizia. Era semplicemente la strada più breve e la più abituale per andare, a piedi, da casa all’istituto di ricerca dove ho lavorato per anni e dove ero stato chiamato per un intervento di pronto soccorso sul server della rete interna, il “mio” server.

    Da un palco posticcio, allestito sul sagrato di San Petronio, un vocione caldo e pastoso, ad un volume superiore a quello di dio in persona sul Sinai, rincuorava i bambini, promettendo che sarebbe presto arrivato e che il tecnico accanto a lui stava mettendo tutto a posto. Non ho capito chi o cosa dovesse arrivare o essere ripristinato, ma ho avuto l’impressione che il cordialone al microfono fosse il solo consapevole del disguido, o ritardo. I pochi bambini, con il corredo di un genitore a carico, si aggiravano per la piazza quasi vuota, distrattamente, in attesa di un pretesto per liberarsi dei coriandoli o per svuotare le anemiche bombolette filogenetiche.

    Qualcuno aveva il costumino obbligatorio e la faccetta un po’ pitturata con il rouge della mamma; poche le mascherine di cartone; un tigrottino di cinque o sei anni, già stanco, si allontanava dai divertimenti sfrenati acciambellato sul collo del babbo, come gli agnellini delle statuette da presepio.

    Chiaramente il clou della festa doveva ancora arrivare, mi sono detto; infatti, attaversando l’incrocio centrale, ho visto in lontananza il poetico trattore, capofila dei carri mascherati, che stava risalendo via Indipendenza.

    Un’ora dopo, risolti i problemi della rete che mi avevano richiamato nel mio vecchio santuffizio, sono ripassato dalla piazza. Tutto finito. Il carnevale era già passato, lasciando la sua malinconica bava, stratificata di coriandoli comunali e stelle filanti, che le spazzatrici meccaniche comunali, come avvoltoi, avevano già adocchiato e, volteggiando in giri e rigiri, si accingevano a ghermire e ingurgitare per mezzo di larghe fauci, baffute di spazzole rotanti.

    Ai margini, sulle poche bancarelle, i venditori riponevano le pile di cappelli di cartone e le spade d’oro di Zorro invendute e, con qualche indecisione, i sacchettoni trasparenti di coriandoli inesplosi. Dalla faccia, si capiva che erano tentati dalla voglia di buttarli direttamente per terra.

    Quella mezz’ora di fuoco deve essere stata uno sballo colossale, però.
    Riferimenti: Per una visione migliore…

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